Che cos’è la Fantascienza (ovvero un racconto di Agenda Geek).

Spiegare a parole che cos’è la Fantascienza non è facile. Almeno non per me, l’Head Editor di questo blog. Avrei potuto aprire la prima pagina di wikipedia e copiare alcune frasi a casaccio. Oppure avrei potuto dire che la fantascienza è un mondo fatto di idee, di racconti, di immagini e video che in qualche modo stuzzichino la fantasia e richiamino un mondo dove è la scienza ad esser la protagonista. Dove grazie ad essa tutto può accadere.

Tutto molto bello, tutto molto giusto; ma così non avreste forse capito come un geek vede la fantascienza. Ed allora, in virtù anche del contest letterario che Agenda Geek lancerà per il Pesaro Comics, perché non buttare giù un racconto che dia il via alle danze e illustri cosa ci piace e cosa è per noi la fantascienza?

Allora, signori e signore, ecco a voi che cos’è la fantascienza, in un racconto breve ma intenso. Godetevelo. e non dimenticatevi del Pesaro Comics.

Make America Great Again

Lain guardò verso la finestra, attirata da un rumore stridulo. Lì per lì non vide nulla, solo la luce fioca dei lampioni sovrastata da quella del neon, e il solito AirTron alla ricerca di Dissidenti da catturare, rinchiudere e torturare. Era così ormai da quindici anni, da quando, nel 2017 era salto al campidoglio il presidente Trump. Dopo solo sei mesi di mandato aveva rivelato la sua vera natura dittatoriale (come se avesse effettivamente fatto qualcosa per nasconderla) e aveva inondato le strade di vigilanti armati. Non badò a spese nel campo degli armamenti e nessuno si oppose perché «la sicurezza prima di tutto!»

Quindi, mentre i vigilanti diventavano sempre meno umani e sempre più macchine, cominciò il processo di trasformazione degli Stati Uniti da grande nazione democratica a tirannia assolutista e accentratrice.

A Trump si dovette anche il cambio del nome della nazione che a partire dal 2020 divenne ufficialmente America, come a dimostrare che il continente stesso doveva identificarsi con la nazione. Tutto “il resto” fu chiamato con appellativi pieni di disprezzo. Indioland, Franciafinta, Negronia, Cocainonia. Trump decise per noi. E noi tacemmo, «perché non eravamo zingari».

Alcuni di noi.

Alcuni incominciarono a essere in disaccordo – per usare un eufemismo – cominciarono a ribellarsi. Piccoli gruppetti di studenti all’inizio. Piccole proteste, che a poco a poco sfociarono in un movimento politico. Nelle marcie intonavano Dissident dei Pearl Jam. Un dissidente, un dissidente è qui.

Le proteste erano per lo più pacifiche e lo rimasero fino a quando Trump e la sua “amministrazione” – gli oligarchi – decisero che questa rivoluzione danneggiava il nuovo mondo che stava formandosi.

Così inviarono gli automi di sorveglianza e poi gli AirTron, delle sfere bianche, con un diametro di circa un metro e ottanta centimetri, che potevano librarsi in volo grazie alle nuovissime innovazioni nel campo del galleggiamento elettromagnetico. Queste celle volanti, capaci di aprirsi e catturare un uomo di altezza e corporatura media, furono affiancate da carri armati ultra leggeri.

Erano passato così 15 anni, più o meno, in cui il mondo era cambiato, più avanzato tecnologicamente, ma al contempo più impaurito, più violento e distorto.

E in questo mondo, Lain si era voltata a guardare la finestra, attirata da un rumore stridulo, che al contrario di quanto credeva, non proveniva né da un AirTron né da un gatto. Durò solo pochi secondi, perciò Lain non diede molto peso a quel suono molto strano. Un minuto dopo si rifece vivo, questa volta più intensamente e molto più simile al rumore di uno sbalzo di corrente.

Lain sapeva bene che la curiosità uccide il gatto, lo aveva imparato molto tempo prima: suo padre – giornalista per il Chronicle – fu ucciso davanti ai suoi occhi. Aveva 13 anni e sognava di seguire le orme di quell’uomo coi baffi che faceva sempre domande e aveva sempre l’aria sorniona e allegra.

Sognava. Imperfetto. I 1.700 volt dell’Elettrificatore usato per “calmare” suo padre, spensero quel sogno. Ed era ormai da tempo che aveva smesso di pensarci. Di pensare ai suoi sogni di bambina, alle lotte, ad un uomo coi baffi con il taccuino in mano pronto a fare domande a tutti.

Ora viveva in quella casa nella periferia di San Diego, un monolocale per persone con poche pretese e ancor meno soldi. Il lavoro in fabbrica, dopo essere diventata una figlia del sistema divenne una scelta obbligatoria. Altra brillante idea degli Oligarchi: troppi orfani, troppe bocche da sfamare. Troppi problemi. Che si guadagnino da soli il pane con cui si nutrono!

E così Lain Shepard, a 14 anni fu costretta a combattere la sua battaglia dickensiana per la sopravvivenza prima e per quel lembo di terra, strappato con sudore e sangue, che poteva chiamare casa.

In questo ambiente ora, c’era qualcosa che non andava, qualcosa che proveniva da fuori la finestra, forse dalla scala di servizio, illuminata dal neon fucsia del vicino strip club.

Incuriosita, ma anche perplessa si diresse verso la finestra rigata da una leggera pioggia primaverile. Ancora una volta il rumore si fece sentire. Ancora uno sbalzo energetico. Guardando meglio Lain notò anche un altro particolare: un tenue bagliore proprio in direzione del rumore.

Aprì pian piano la finestra, titubante, e si sporse pian piano cercando di non farsi vedere.

Con un certo stupore prese nota dell’uomo riverso a terra, con una sorta di maschera metallica che ricopriva metà del suo viso e degli arti. Il neon si illuminò e mostrò meglio l’uomo riverso a terra: Lain stentò a credere ai suoi occhi, ma era lì.

Il presidente Trump era lì, steso nel suo pianerottolo. E quelle non erano maschera ed armatura ma veri e propri arti: sembrava in tutto e per tutto simile a quel vecchio film di cui non ricordava il nome ma che sapeva aver come protagonista l’ex governatore della California e capo della milizia dei Dissidenti.

il respiro di quell’essere è rauco ma debole. Sembrava stesse dicendo qualcosa. Lentamente aprì gli occhi, come se sapesse di essere guardato, e si voltò verso Lain che si ritrasse d’istinto. Il Trump steso sul pavimento la chiamò con un filo di voce.

-Ragazza.

Silenzio.

-Ti ho vista.

Continuò -Ti prego, vieni qui.

La curiosità ed un vago senso di pietà vinsero le ultime resistenze di Lain, che sempre con titubanza si alzò dal suo riparo. Scavalcata la finestra si avvicinò all’uomo o a ciò che ne restava: il torace era dilaniato e mostrava carne e parti meccaniche; una gamba era stata strappata via così come anche la mano sinistra. Il corpo emanava lampi elettrici e ronzii di corto circuito.

-Ho… ho… fallito!

Disse lui non appena percepì la ragazza accanto a sé.

-Ho fallito su tutta la linea: volevo rendere l’America grande ancora una volta, e invece l’ho fatta sprofondare in un incubo. Oddio… le… le cose che ho fatto. Che abbiamo fatto… sono state atroci. I bambini, tutti quei bambini. Anche tu…

Si fermò un secondo a riprender fiato.

-Volevo rimediare, volevo aggiustare le cose, ma sono troppo vecchio e troppo debole.

Alzò la mano rimasta verso di lei.

-Ora non posso fare altro. Dimmi ragazza, come ti chiami?

Lain mosse le mani e con i segni mimo le lettere del suo nome. Era uno strascico, un dolore fantasma, un trauma che la bloccava e non le permetteva di parlare.

-Capisco.

Disse Trump

-Lain.

E la toccò. Scariche elettriche passarono dal suo corpo a quello della ragazza.

Era impietrita: non riusciva a muovere un solo muscolo, mentre quelle scariche la attraversavano. Si rese subito conto però che non facevano alcun male; pizzicavano come se qualcuno le stesse facendo un tatuaggio lungo il braccio.

-Ecco

Disse lui, non appena le scariche terminarono. Le sue parti meccaniche non c’erano più. Al contrario lain si trovava con un braccio ricoperto di metallo sino alla spalla. Mo, non ricoperto: il braccio stesso era di metallo. Lo sentiva.

-Combatti e vinci.

Disse ancora quel cumolo di carne e capelli cotonati.

-Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

E con un ultimo rantolo si spense.